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Il “new deal” della funzione sociale dell’impresa e Modus

di Mauro Tomè e Paolo Umidon | Agosto 2023



Quando si inizia a riflettere sulla funzione sociale dell’impresa non si può non andare con il ricordo al Dopoguerra e a alcune realtà che hanno fatto la storia dell’Italia. Aziende come Olivetti, Pirelli, Fiat, Eni assunsero, infatti, anche una funzione sociale, sebbene spesso con logiche “paternalistiche”. Guidate chi dal desiderio di promuovere fedeltà, appartenenza e dedizione nei propri collaboratori, chi dall’idea di sviluppare le comunità dove operavano, esse offrirono servizi prima inimmaginabili alle persone impiegate e alle loro famiglie: case in affitto con affitti calmierati, asili, colonie estive e supporti per le scuole dell’obbligo, centri sportivi/ricreativi, ecc. Proposte centrate sia sui bisogni primari sia sulla promozione socio-culturali, negoziate con le organizzazioni sindacali.

Oggi ci troviamo in un contesto completamente trasformato. I processi di globalizzazione, di delocalizzazione della produzione e di terziarizzazione hanno contribuito a definire rapporti di lavoro sempre più in forma individualistica e flessibile, peraltro erodendo anche la funzione mediatrice del sindacato; dedizione e fidelizzazione nel tempo da un lato, rapporti di lavoro definiti collettivamente dall’altro non sembrano più essere centrali.

Ha così via via iniziato a prendere corpo, crescendo molto negli ultimi dieci anni, una maggiore attenzione ai “singoli” e alla costruzione per ognuno di significati e di equilibri sempre più difficili da costruire in una società complessa e in cambiamento: rapporto fra vita privata e vita lavorativa, fra professione e famiglia, fra diritti del lavoro e diritti individuali (gender, minoranze, diversità, …). Non che asili nido, equa retribuzione, servizi per il tempo libero, ecc. non siano più importanti; ma questi e altri è necessario siano veicolati come servizi utili a dare valore all’individuo, a riconoscerlo e a aiutarlo a vivere nella contemporaneità.


Anche per questo alcune organizzazioni, sensibilizzate dal Vertice ONU Sviluppo sostenibile 2015 - Agenda 2020-30 (SDGs, le 5 P dello sviluppo sostenibile Persone, Prosperità, Pace, Partnership, Pianeta) – si stanno interrogando su quale impatto il loro core-business può produrre in termini di incremento del benessere e su quali benefici potenziali, non solo economici, ma pure psicologici, relazionali e sociali. In certe Aziende si è cominciato a definire il rapporto di lavoro in modo diverso: esso deve essere fondato sia sulla dimensione professionale, riconosciuta attraverso il paradigma retributivo, sia su quella sociale, fondato sul paradigma relazionale, in cui l’individuo è riconosciuto come agente di promozione e sviluppo dell’organizzazione, così da impegnarsi per ridurre malessere, disagio e disaffezione, spesso estendendo il raggio di azione anche ai contesti sociali a cui i dipendenti appartengono (familiari, amici, gruppi, ….)


Modus, in quanto benefit, intende far proprio l’impegno per il benessere di persone, gruppi, organizzazioni, istituzioni, supportando le organizzazioni nei processi di integrazione tra il paradigma retributivo e quello relazionale. L’Impatto sociale costituisce pertanto per Modus una prassi operativa centrata sui quattro nostri tratti distintivi:

- la relazionalità e l’inclusione;

- l’apprendimento e l’innovazione;

- la progettualità diffusa;

- la co-costruzione con il cliente ed il feedback continuo.

Un Impatto sociale che si distingue per essere:

  • altamente intenzionale, cioè che i risultati ottenuti siano identificati, pianificati, perseguiti nel progetto;

  • misurabile nel tempo (breve/medio/lungo termine) e secondo un grading/livello di intensità (minimo, medio, elevato, massimo), iniziando a concretizzarsi già dalle prime fasi del progetto di cambiamento;

  • differenziale ed identificabile con quella porzione di outcome totale che si è verificata e che in qualche modo possa essere imputato come risultato diretto ed indiretto dell’intervento realizzato.


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